Abstract
Questo studio esamina la radicale reinterpretazione di Chiara Lubich della promessa di Gesù in Matteo 18:20 sui due o tre riuniti nel suo nome. Attingendo alle intuizioni mistiche della Lubich durante il Paradiso del '49 e ai suoi numerosi discorsi nell'arco di diversi decenni, lo studio analizza la sua comprensione rivoluzionaria di chi può sperimentare la presenza di Cristo e a quali condizioni. L'interpretazione della Lubich sfida i confini ecclesiastici tradizionali proponendo che Gesù abbia deliberatamente lasciato anonima l'identità dei due o tre, estendendo la possibilità dell'incontro divino oltre le categorie religiose convenzionali. Attraverso l'analisi dei suoi scritti e discorsi a pubblici diversi—dai vescovi cattolici alle comunità musulmane e ai maestri buddisti—lo studio dimostra che la Lubich immaginava chiunque come potenzialmente capace di sperimentare la presenza di Cristo, indipendentemente dall'appartenenza confessionale, dall'età o dallo status sociale. Tuttavia, questa accessibilità universale è accoppiata a esigenti requisiti spirituali. La Lubich insiste che la presenza di Cristo si manifesta solo attraverso l'amore reciproco modellato sul completo svuotamento di sé di Gesù—un amore disposto ad estendersi fino al punto della morte. Lo studio esplora questo paradosso tra possibilità universale e condizioni rigorose, rivelando come la visione della Lubich offra un fondamento teologico per il dialogo interreligioso autentico. Lo studio conclude che mentre i due o tre della Lubich possono includere persone di varie fedi ed età, il requisito essenziale rimane costante: l'amore reciproco caratterizzato dal totale sacrificio di sé. Questa interpretazione fornisce un percorso per sperimentare la presenza divina condivisa che non dipende dall'identità religiosa formale ma dalla qualità trasformativa delle relazioni umane.