Abstract
This article undertakes a comparative phenomenological reading of two radical twentieth-century spiritual experiences: Chiara Lubich’s Catholic mysticism centered on Jesus Forsaken (Gesù Abbandonato) and Uchiyama Kōshō's Sōtō Zen, transmitted through his disciple Okumura Shōhaku and centered on zazen and the practice of “opening the hand of thought” (omoi no tebanashi). Rather than asking whether these traditions describe “the same” reality – a question the perennialist and constructivist positions answer too quickly in opposite directions – we adopt an experiential hermeneutics informed by Panikkar’s diatopical method, attending to lived testimony rather than doctrinal formulation. Read this way, the two paths reveal striking structural resonances: a willed self-emptying (annullamento and tebanashi), the discovery of fullness within nothingness, the collapse of the duality between suffering and liberation, and the irreducibly communal character of ultimate reality. The divergences are not (and intend not to be) dissolved: Lubich’s emptiness opens onto a personal, Trinitarian God, while Uchiyama’s is ultimate and non-theistic. We argue that these traditions are best understood as doctrinally distinct yet phenomenologically convergent – homeomorphically equivalent, in Panikkar’s sense, without being synonymous – and that a dialogue grounded in shared practice rather than doctrinal agreement opens a path beyond both syncretism and mutual incomprehension.
Abstract
Questo articolo intraprende una lettura fenomenologica comparativa di due esperienze spirituali radicali del ventesimo secolo: la mistica cattolica di Chiara Lubich centrata su Gesù Abbandonato e lo Sōtō Zen di Uchiyama Kōshō, trasmesso attraverso il suo discepolo Okumura Shōhaku e centrato sullo zazen e sulla pratica dell’“apertura della mano del pensiero” (omoi no tebanashi). Piuttosto che chiederci se queste tradizioni descrivano “la stessa” realtà – una domanda a cui le posizioni perennialista e costruttivista rispondono troppo rapidamente in direzioni opposte – adottiamo un’ermeneutica esperienziale informata dal metodo diatopico di Panikkar, prestando attenzione alla testimonianza vissuta piuttosto che alla formulazione dottrinale. Letti in questo modo, i due percorsi rivelano sorprendenti risonanze strutturali: un auto-svuotamento voluto (annullamento e tebanashi), la scoperta della pienezza nel nulla, il collasso della dualità tra sofferenza e liberazione, e il carattere irriducibilmente comunitario della realtà ultima. Le divergenze non sono (né intendono essere) dissolte: il vuoto di Lubich si apre a un Dio personale e trinitario, mentre quello di Uchiyama è ultimo e non-teistico. Sosteniamo che queste tradizioni siano comprese al meglio come dottrinalmente distinte eppure fenomenologicamente convergenti – omeomorficamente equivalenti, nel senso di Panikkar, senza essere sinonime – e che un dialogo radicato nella pratica condivisa piuttosto che nell’accordo dottrinale apra un percorso oltre sia il sincretismo sia l’incomprensione reciproca.