Abstract
Le esperienze mistiche di Chiara Lubich del periodo compreso tra il luglio 1949 e il settembre 1951, noto come il Paradiso ‘49, contengono numerosi riferimenti all’immaginario visivo. Fanno riferimento a ciò che vedeva intorno a sé nelle Dolomiti, dove queste esperienze sono iniziate, ma anche a esperienze visive “intellettuali” che lei attribuiva agli “occhi dell’anima”. Le immagini sono presenti anche come dispositivi metaforici e come espressione di aspettative future. Prendendo in esame la prima parte degli appunti ancora inediti di Lubich del luglio 1949, questo articolo tenta un’analisi di queste esperienze visive da una prospettiva fenomenologica e di scienza della visione. Inizia con l’identificare le basi su cui le scienze naturali possono confrontarsi con il resoconto di un’esperienza mistica da parte di una persona e lo colloca nel contesto dei suoi processi pre–empirici e di formazione di ipotesi. Quindi, stabilisce una tassonomia degli eventi visivi e procede all’identificazione e alla classificazione della loro presenza negli appunti di Lubich, prima di confrontare e contrapporre le esperienze che lei riferisce come originate dagli “occhi dell’anima” con il regolare funzionamento del sistema visivo cerebro-oculare umano. L’adattamento visivo è l’aspetto più importante di questa analisi e le differenze sono identificate sia in termini di velocità del processo, che è più graduale nelle esperienze mistiche di Lubich, sia nella sua completezza, dove non accade contemporaneamente per la luminosità, il colore e il dettaglio. Infine, vengono formulate ipotesi scientifiche sul potenziale comportamento non oculare della via visiva del cervello umano.